Objects

Statement



My artistic experience began from drawing leading to painting. The canvas was means of expression for space, color and sign. The work began on the surface and the search was to achieve a thoughtful combination of clear, dark, signs, traces and color. The expression was sought in the chromatic fields, meaning the signs.

When I started creating jewels, I discovered the beauty and strength that shapes can communicate. Dialogue becomes enriched with another element, the intrinsic relationship between surface and shape. My artistic discovery took a step forward, revealing a relationship with the material, the hard metal sheet, which achieves a structure made of precision, rigor, and measure. The jewel, an artistic object, was to move from the meaning sought within a chromatic semantic field, to a language of form and volume. Acquiring shape the surface takes on itself to transmit lights and shadows, the form is cut to generate another surface, animated to make the geometry fluid.

The creativity of an artist, I believe, is expressed in the dialogue that she has with herself. An intense, continuous inner conversation that becomes the guiding principle of his activity, and as a result of his life. Above all, we are looking, we are searching, we are undertaking a journey, this path leads to the products of our work





ALBA POLENGHI LISCA
was born in Milano where she attended Brera Art Academy under the guide of Achille Funi and Mauro Reggiani. At Brera she studied ceramics with Roland Hetner and, later, the art of engraving. As a painter she took an active part in several collective and personal exhibitions. In 1983 her artistic and pictorial studies acquired a third dimension: the use of metal. Her training as a painter transpires from her jewellery work: no wonder then if, on the occasion of her first personal exhibition, Guido Ballo emphazised “the clearness of the procedures used, her predilection for a sober and restrained overall vision, the rhythmical precision of her compositions, their measured tone”. Her rigorous study of volumes, the composition of simple elements such as prisms and pyramids first and, later on, the cone and all curved lines, provide her jewels with volumes that reflect light in a range of as many intensities as the facets are. As a result, her artistic research produces forms austere and restrained, and even when she works with firms she tries to give the jewel rigorously clean lines, enhancing spatial volumes, superimposing layer on layer and using different shades of gold.




Gioielli. Dall’Art Noveau al 3D Printing
Alba Cappellieri (2018)

Fra il 2014 e il 2016 (nascita del Museo del Gioiello di Vicenza e una importante esposizione sul gioiello contemporaneo alla Triennale di Milano) gli studi e gli approfondimenti teorici di Alba Cappellieri hanno portato all’identificazione di cinque macro categorie all’interno del mondo del gioiello italiano:
…un pluralismo di linguaggi, di sperimentazione e di ricerca, dall’alta gioielleria alle nuove tecnologie indossabili e interattive che caratterizzano il gioiello del XXI secolo e definiscono i cinque principali scenari del gioiello: la Manifattura Mirabile, la Bellezza Quotidiana, l’Avant Craft, la Tecnologia Preziosa e la Creatività Collettiva.
[…]
L’Avant Craft è lo scenario dedicato alle sperimentazioni artigiane e alle avanguardie artistiche, il “gioiello d’artista” o “d’autore” o “di ricerca”, realizzato da coloro che del gioiello contestano la ricchezza, la preziosità dei materiali, il simbolismo sociale o l’afflato modaiolo, ma indugiano nella ricerca e nella sperimentazione espressiva e sono del tutto svincolati dalle logiche produttive come dalle esigenze del mercato.
Si tratta di artisti-orafi e di orafi-artisti, artigiani, designer ma soprattutto autori che conducono ricerche autonome intersecando linguaggi, materiali e tecniche molto eterogenei. La caratteristica dell’Avant Craft è l’autorialità e l’assenza del sistema produttivo, distributivo e comunicativo.
[ …]
Alba Polenghi Lisca, James Rivière e GianCarlo Montebello provengono dal milieu artistico milanese e sono, tra i maestri del gioiello italiano, coloro che indugiano maggiormente nella sperimentazione di nuovi materiali e nuove tecnologie, declinati con rigore ed eleganza. Caratteristica dell’Avant Craft è la capacità di coniugare discipline diverse come l’arte e il design, isolando la ricerca profondamente individuale come segno distintivo dei singoli autori.”
(Alba Cappellieri, Gioielli. Dall’Art Noveau al 3D Printing, Skira, 2018, pp. 61-62) “







Invenzione e rigore
Claudio Cerritelli
(2016)

Un doppio registro formale emerge in questa mostra dedicata alle ricerche di Alba Lisca Polenghi, da un lato il versante creativo dei gioielli con esempi del suo inconfondibile stile plastico e, dall’altro, una serie di carte dominate dalla vibrazione del segno che scardina e ricompone lo spazio come luogo di inquietudine interiore. Si tratta di polarità entro le quali l’artista si è mossa con naturale predisposizione verso la sintesi grafico-espressiva e l’essenzialità costruttiva delle linee plastiche: dualità sospesa sul filo di sottili risonanze tra le invenzioni segniche del gesto e le modulazioni calibrate della geometria.
Se gli inchiostri e le tempere su carta mostrano percorsi d’energia oltre le coordinate del pensiero geometrico, nei disegni e negli schizzi per gioielli emergono le prime idee come intuizioni dinamiche della linea in relazione alle potenzialità volumetriche dell’oggetto prezioso. Tuttavia, è soprattutto nel realizzare modelli con fogli e cartoncini che lo studio delle linee e delle movenze dei piani metallici si avvicina con maggiore precisione all’esito finale, rivelando il gioco mutevole e congiunto della luce e dell’ombra.
Ogni scelta formale, per quanto rigorosa, è sempre verificata in rapporto alle tensioni curvilinee, ai tagli sottili che esaltano la luminosa purezza che il codice plastico esprime nelle valenze sinuose di ogni manufatto.  Oltre alla precisione tecnica e alla qualità dei materiali usati, si avverte una profonda attenzione verso la conoscenza del corpo come referente per l’esatto equilibrio delle morfologie, questione necessaria al fine di garantire l’indossabilità dei gioielli e la valorizzazione dei loro attributi formali. Essi non sono mai prevaricanti o ridondanti ma perfettamente rispondenti alla ricerca di una forma assoluta, aperta e dinamica, che si espande attraverso luminose tensioni lineari e variazioni volumetriche. Orecchini, spille, pendenti, bracciali, collane, ogni genere di monile è interpretato con armonioso rigore e autonoma disciplina nell’inventare avvolgenti slittamenti che nascono dal trattamento modulato della lastra. Curve, pieghe, tagli, effetti concavo-convessi, spirali, intersecazioni, sovrapposizioni cromatiche, dialoghi tra artificio e natura, segno e colore, razionalità ed emozione: Lisca Polenghi non disperde e fa tesoro dei molteplici aspetti del suo complesso percorso grafico-pittorico.
Ma oggi è forse la dimensione creativa del gioiello a impegnarla con maggiore entusiasmo e convinzione, soprattutto quando -oltre i canoni progettuali della geometria- si aprono spazi sorprendenti per nuovi orientamenti formali.
(testo critico alla mostra “Invenzione e rigore” presso lo Studio Masiero, Milano, 2016)






Silenzi sonori: i gioielli di Alba Polenghi Lisca
Alba Cappellieri
(2008)

Grazie al silenzio i rumori irrompono definitivamente nella mia musica.” Era il 29 agosto del 1952 e John Cage aveva appena presentato al pubblico di Woodstock la celeberrima 4’33”,quattro minuti e trentatre secondi di assoluto silenzio. L'opera consisteva nel non suonare alcuno strumento. Niente. La musica come silenzio o il silenzio come musica, in entrambi i casi il più potente degli ossimori. Con il silenzio Cage rinunciava a qualsiasi intenzione, soprattutto alla centralità dell'uomo, dimostrando che è anche la capacità di ascolto a determinare il valore di un’opera. Il silenzio come materia sonora che sottolinea e amplifica i suoni circostanti, li rende vibranti, crea attese e sospensioni. Ma il silenzio non è soltanto una condizione della musica, puo’ essere un mezzo espressivo anche per le altre arti. Gioiello incluso.
Lo dimostrano i lavori di Alba Polenghi Lisca: dove il silenzio custodisce l’acustica dell’anima e la purezza della forma. I gioielli di Alba rifuggono il sensazionalismo del segno e quindi il consumo istantaneo degli oggetti a favore di una comprensione stratificata. Che consapevolmente non è immediata ne scontata. Come propilei verso paesaggi nascosti i suoi anelli, pendenti e spille, si prestano a sguardi multipli, creano interstizi e intrecci per svelarsi diversi a ogni nuovo sguardo. Lentamente. In silenzio. Giocano con i bagliori mutevoli dei metalli, mescolando, stratificando cromie e riflessi, incantando per il vigore espressivo e il rigore del segno. Asciutto, composto, garbato, senza sbavature. Un lavoro di sovrapposizioni, molto vicino all’architettura per la capacità di aggregare volumi e superfici. Del resto Alba realizza le sue composizioni prima in carta: fogli e cartoncini che, disegna, taglia, sagoma, incolla. Con pazienza e precisione. La immagino sorridente al suo tavolo ordinatissimo mentre prova e riprova spostamenti infinitesimali.  Mi fa pensare al Le Corbusier di “la differenza tra un bravo e un cattivo architetto è questione di pochi centimetri.” Del resto la formazione pittorica della Lisca si rivela proprio nella forza plastica dei suoi lavori: elementi essenziali, superfici curve e sinuose, tagli netti che trasmettono al gioiello una valenza drammaticamente scultorea, molto lontana, per contenuti ma non per estetica, dal consunto rigore minimalista in voga. Alba lavora per piani, definiti dalla successione di lastre, elemento identificativo del suo lavoro. “La lastra mi è apparsa come il foglio o la tela – afferma - potevo intervenire direttamente sui piani, tagliandoli piegandoli e portandoli con continuo discorso tra superficie e forma, alla tridimensionalità, all’essere non una forma miniaturizzata, ma una realtà di volumi autonomi.”Il ciondolo Eclissi e la spilla Taglio, per esempio, sono dei monoliti in cui la lastra d’oro è tesa, scattante, si anima e si curva per inseguire la luce, taglia la superficie nettamente, senza esitazioni, creando profondità e spessore. Sono gioielli belli anche di profilo. Il che accade di rado. 
Lastre che si sfiorano, si intersecano, qualche volta accolgono un ramo di corallo.  Alba non ama le gemme. Il loro colore e il loro valore violerebbero il silenzio. Ma anche la discrezione. Nell’”epoca della vetrinizzazione” Alba ha deciso di non mostrarsi, non sbracciarsi, non esibirsi. Del resto solo una donna elegante come lei poteva scegliere una forma di protesta tanto raffinata verso un tempo e una cultura assordanti e onnivori come quelli contemporanei. Il rigore,e una visione etica del lavoro,disegnano un percorso privato e professionale che nulla concede all’eccesso o all’ostentazione. Traspare in filigrana la cultura di una città, Milano, che tiene insieme progetto e produzione, città “operosa e discreta” dove curiosamente gli oggetti disegnano comportamenti. Mi piace pensare ad Alba Lisca come a una vestale di quello che Michel Foucault ha definito “l’umanesimo borghese” e credo che non sia un caso che i suoi gioielli siano molto apprezzati dalle protagoniste della scena culturale milanese. Che ne riconoscono l’estetica e i valori. Del resto il silenzio come logos è una conquista per pochi, perché, come sosteneva Lao Tse  “si deve parlare molto prima di poter tacere”.











Segno e forma, 
Ellen Maurer Zilioli (2008)
L’identità artistica di Alba P. Lisca, che ha origine negli anni 60 con la pittura d’impronta informale gestuale, non si può facilmente ridurre a un denominatore comune. Allieva di Achille Funi e Mauro Reggiani all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, si sottopone dapprima ai doverosi esercizi di orientamento figurativo dei maestri, senza però restarne soggiogata. La tecnica così acquisita, essenzialmente nella composizione e nelle proporzioni, si evolve sino a diventare l’intima e affidabile compagna della sua ricerca artistica. Presto Lisca prende una decisione autonoma a favore dell’astrazione, di un linguaggio figurativo autentico che corrisponda al suo sentire, strumento di una libertà personale ed espressione di livelli profondi di coscienza. Comincia dunque un’indagine costante e implacabile, un’intima riflessione pittorica. Il dramma si svolge sulla tela, da suggerito con sensibilità da pochi elementi – un sottile, recondito, complesso avvenimento. In queste opere, l’effetto è dato dagli strati di colore, sorta di campi sovrapposti, incatenati che si sfilacciano nell’ambiente, che come corpi estranei s’introducono o si librano nella composizione, zone ombreggiate che si posano sul fondo, di tessuto nervoso, manifestando una forza contenuta, domata. Accanto appaiono qua e là misteriosi segni e sigle, semplici linee, indizi di un fugace movimento o forme vagamente accennate eppure di sorprendente  e penetrante impatto. Raccontano di un bisogno di azione, intervento, trasformazione. Armonia e frattura, controllo e sfogo vi costituiscono fattori apparentemente contrapposti, ma dialoganti. Lisca si concede una radicale riduzione degli strumenti estetici, prediligendo uno stile artistico in linea con le tendenze contemporanee, senza tuttavia assumerne la posizione aggressiva. Per affrancarsi dai maestri, lascia piuttosto trasparire una nota lirica di colore malinconico. Non a caso, l’autrice si è occupata intensamente delle più recenti scoperte della psicanalisi. In senso traslato, crea relazioni sulle condizioni di spirito, tiene un colloquio metaforico con le intime profondità della propria anima, il cui risultato dà all’osservatore un vago sentore delle emozioni, che si sottraggono però agli sguardi.

Il successo è giunto presto. Importanti autori si interessano alla debuttante più volte premiata. Nel 1964 Guido Ballo scrive di lei in occasione di una mostra alla galleria Pater di Milano (vedi pagina ... ). Roberto Sanesi nel 1966 parla di una “preoccupazione di fondo, che è di cogliere i momenti di un movimento che si svolge su piani paralleli, indifferenti ai volumi ...” (catalogo della mostra “Alba Lisca”, Galleria del Cavallino, Venezia 1966). Non siamo distanti da una sintomatologia dell’epoca che il famoso critico d’arte americano Harold Rosenberg ha definito “oggetto ansioso”. Lisca cattura questa energia e le conferisce un suo specifico, personale involucro, meglio: un velo; poiché il suo processo artistico mira a  “lasciare emergere il mondo interiore” (come richiede Eugène Ionesco al proprio modo di procedere), alla ricerca del “grido profondo dell’anima”.[i]Alla domanda su quale fosse l’oggetto delle sue immagini, una volta Ionesco ha risposto: “Non so. Lo cerco. Aspetto l’ispirazione e la direzione che mi daranno i primi segni e sopra tutto il segno nero.”[ii]Così o in modo simile potrebbero aver acquistato forma le prime opere di Alba Lisca – frutto di un ascolto del silenzio, di un’attenta osservazione di situazioni sentimentali che sembrano riecheggiare come in una registrazione sismografica o sgusciare come ombre sulla tela.



                 


La pittrice ci tiene tuttavia nell’incertezza riguardo all’esito delle sue aspirazioni di allora. Per vari motivi, tra l’altro anche familiari, lascia la pittura all’inizio degli anni 80, per dedicarsi al disegno e alla creazione di gioielli, senza però mai perdere di vista le sue premesse principali, quelle cioè dell’immaginazione astratta, delle esatte proporzioni e dell’equilibrata collocazione di tutti i fattori. Gli studi con Roland Hetner – ancora ai tempi dell’Accademia – sulla grafica e la ceramica, oltre alla conoscenza con Giò e Arnaldo Pomodoro le avevano già aperto il campo delle arti applicate. 

Quello che in passato era assorbito dal tessuto pittorico prende ora una forma concreta, tridimensionale: la struttura geometrica, la forma matematicamente definita,  la messa in relazione dei singoli componenti rappresentano la spina dorsale della sua opera successiva. Gli schizzi tracciati con mano certa con il rapidograph e le esercitazioni grafiche documentano chiaramente quanto sia profondo e forte l’ancoraggio della composizione, anche nel gioiello. L’annotazione dell’idea immediata, del lampo improvviso su innumerevoli blocchi per appunti accompagna Alba Lisca ovunque. La quantità e costante presenza ne fanno per così dire dei diari, su cui si estende l’arco che va dalla precisa bozza preparatoria della realizzazione sino all’impulsiva rappresentazione espressiva che non consente di fare alcuna deduzione sull’oggetto finale.

Principi geometrici, “la matematica aurea” e studi classici di proporzioni formano il vocabolario estetico dei preziosi, rappresentando così, se vogliamo, un altro modo di portare in superficie leggi universali, non comunemente visibili, in un certo senso proseguimento e adesione al già provato interesse dell’artista a concretizzare nella sua opera immagini e corpi sinonimici dell’occulto. Misura e logica, regolarità e sistematicità segnano la cornice dei gioielli. Triangolo, quadrato, piramide e relative segmentazioni dominano il campo. Il taglio, la sovrapposizione di superfici opache e lucide, la loro contrapposizione e il loro incontro, il ritmo di angoli e profili ravvivano il repertorio e le figure, a prima vista rigide. La geometria diventa così ordine simbolico, concetto significativo. Su questa base agisce l’autrice e, anche quando entrano in gioco altre forze, questo fondamento non viene mai negato. Il più piccolo oggetto contiene raffinati tratti calcolati, spesso proprio nell’incontro di diversi valori, quando solo l’oro bianco e giallo pongono gli accenti – Alba Lisca è maestra nella leggiadria, nell’elegante allusione – o sottolineano le sfumature di una morbida rotondità, portando una traccia di dinamismo, intensificati con impeto negli ultimi lavori di gioielleria, come rivelano gli studi preliminari. L’anima si annida nella ribellione, sin dall’inizio. Quando Lisca lavora la carta fin quasi a strapparla, come fa con le tele, quando, irritata, rompe le rigide convenzioni che regolano la creazione di gioielli, quando un corallo nero si insinua impunemente tra le ali dorate di una spilla, quando il selvaggio rosso s’incontra con il nero e guizza fuori dagli interstizi, quando il gioiello si delinea da delicate, poetiche reminiscenze e impressioni, allora Lisca ha definitivamente oltrepassato i confini della tradizione, trovando la sua personalissima visione immaginaria del gioiello, basata sul sentire originario. Gli estremi si esprimono negli orecchini dal profilo provocatorio e dalla linea a forma di spada o nei maestosi collier. Lamina per lamina, curva per curva – un susseguirsi di ricordi, una successione di elementi sventolati come nuvole si allacciano gli uni agli altri sino a diventare significativi ed espressivi gioielli, “Le Mal du Fleur” e “Ossi” – una “sinfonia” in argento, imponenti e fini al contempo. Le ouverture offrono sempre schizzi complessi, spontanei e talvolta vivaci che orbitano a grandi tratti intorno a quello che è destinato a trasformarsi in gioiello. Se non si ha un’idea di queste ispirazioni provenienti di fatto dalla pittura informale, i lavori di Alba Lisca sono difficilmente comprensibili, poiché ad essi viene affidato e da essi viene assorbito l’inafferabile, il casuale e il momentaneo. Nessuno meglio di Virginia Woolf ha rivelato il silenzioso e cauto svolgimento di questi eventi, quando descrive il nascere e lo svanire della conoscenza e del pensiero forte sulla soglia della biblioteca di “Oxbridge” (in: Una stanza tutta per sé). Così pare accadere anche ad Alba Lisca. Coglie lievissimi riflessi sferici, li fissa sulla carta per creare e trattenere una raffigurazione che si tramuterà in un prezioso equivalente, come se tutti questi fuggevoli momenti avessero lasciato letteralmente la loro impronta. Così prendono vita due semplici spille d’argento. I gioielli di Alba Lisca non sono semplicemente gioielli, bensì un altro tipo di bellezza. Sono espressione e manifestazione di esperienza, di vissuto, di riflessioni essenziali e frutto di una selezione intuitiva e soggettiva dalla cornucopia della percezione artistica.

Lisca rifiuta la lusinga menzognera del monile tradizionale e invita chi lo indossa a portare in scena la propria forza e il proprio carattere, come un’attrice solista su un grande palcoscenico.



[i]Eugène Ionesco: La ricerca di Dio. Intervista di Guido Ferrari. Bellinzona 2000, pag. 15

[ii]l. cit., pag. 13



















   









      


















































































Mark

Geometrie





Punte, collana, 1983
oro 18 kt bianco, giallo, lastra lucida
ph. MR. Toscani Ballo


Punte, orecchini, 1983
oro 18 kt bianco, giallo, onice, lastra lucida
ph. MR. Toscani Ballo

Piramix, Piramix G, anelli, 1983
oro 18 kt bianco, giallo, lastra lucida
ph. MR Toscani Ballo
Segmento, bracciale, 1987
oro 18 kt  bianco, giallo, lastra lucida
ph. MR. Toscani Ballo

Segmento, collana, 1988
oro 18 kt bianco, giallo, lastra lucida
ph. MR. Toscani Ballo
Agamennone, collana, 2006
argento 925 lastra satinata
ph. Altin Manaf





Movimento







Nastro, collana, 1988
oro 18 kt bianco, giallo, lastra lucida
ph. MR. Toscani Ballo


Kamala, orecchini, 2001
oro 18 kt rosso, lastra satinata
ph. Altin Manaf

Uranos, bracciale, 2003
argento 925 lastra satinata
ph. Altin Manaf
Meltemi, collana, 2010
argento 925 lastra satinata
ph. Altin Manaf

Delos, anello, 2003
argento 925 lastra satinata
ph. MR. Toscani Ballo
Medusa, anello, 2003
argento 925 lastra satinata
ph. MR.Toscani Ballo

Dafne, anello, 2003
argento 925, lastra satinata
ph. MR.Toscani Ballo

Movimento, spilla, 1989
oro 18kt giallo e argento 925, lastra lucida
ph. MR. Toscani Ballo

Sezione A






Sezione A, collana, 1994
oro 18 kt giallo, bianco, rosso, lastra satinata
ph. MR. Toscani Ballo


Quadrato Sezione A, spilla, 1993
oro 18 kt bianco, rosso, lastra satinata
ph. MR. Toscani Ballo


Tenda di Agostino Sezione A, spilla, 1992
oro 18 kt giallo, rosso, lastra satinata
ph. MR. Toscani Ballo
Rettangolo Sezione A, spilla, 1993
oro 18 kt bianco, rosso, lastra satinata
ph. MR. Toscani Ballo